AI, scrivimi un post per Linkedin pieno di piagnistei. Grazie

 

Adoro l’intelligenza artificiale. La adoro da un punto di vista professionale. La paragono all’invenzione del desktop publishing, che ha rivoluzionato la vita di designer, grafici e fotocompositori.

Quando acquistai il mio primo Mac, ricordo che portai in fotocomposizione alcune pellicole per il logo di una camiceria piuttosto importante sul mio territorio, stampate con una LaserWriter 300. Spiegai come funzionava il Mac e ricordo che i fotocompositori e i grafici che lavoravano su macchine grandi come un frigorifero con lo schermo a fosforo verde e in cui, per scrivere una singola lettera, dovevi digitare una stringa di cinque o sei caratteri e avevi sì e non sette tipi di font possibili, vennero in studio da me e rimasero a bocca aperta.

Il Mac era uno strumento che davvero aiutava a lavorare bene, a crescere professionalmente, a risparmiare tempo: certo, dovevi saperlo usare, dovevi capire come funzionava il suo sistema operativo, dovevi studiarlo e comprenderlo, perché poi usarlo sarebbe stato di una facilità sorprendente.

L’AI per me è uguale.

Per certi aspetti è imbattibile, perché partendo da un tuo concetto, un’idea, una bozza di testo (io solitamente prima di iniziare a disegnare, redigo delle vere e proprie guidebook testuali, quasi dei manuali operativi avanzati, che sono il percorso che poi le aziende seguono passo passo), l’AI diventa un partner eccezionale.

Gestione dei testi, correzione bozze, analisi dello scritto, riassunti dettagliati e concisi che trasformano una lettera confusa e piena di ridondanze in un set di punti chiari.

Ma mi fermo qui. Onestamente, nel mio lavoro creativo, devo dire che molto raramente un task di prova sulla creazione di un qualsivoglia tipo di design utile e fungibile ha dato risultati concreti.

Può essere brava a fare una ricerca di colori, a identificare una palette, quello sì.

Ma non chiediamole, per il momento, altro.

Come vedete, non cito neppure chi usa l’AI per produrre e creare dei deep fake dei meme.

In quei casi, l’AI è il peggior nemico da combattere.

Tornando al mio settore, sto notando un movimento ben chiaro che si manifesta principalmente su LinkedIn: l’uso dell’AI e della sua capacità di creare dei testi partendo da prompt specifici.

Questi post li riconoscete subito, sarebbe davvero ridicolo se chi li legge pensasse che siano scritti da una persona. In genere sono ideati, a livello di prompt, da addetti ai lavori che, per qualche motivo, necessitano di fare engagement su alcune tesi fini solo a creare interessi personali (e sterili discussioni, ovviamente, perché spesso questi post non dicono nulla di concretamente tangibile, ma sono abili nel fomentare il populismo più becero) intorno a certi temi.

Non esprimono un loro testo, ma affidano all’intelligenza artificiale dei prompt tipo:

“Scrivi un post su LinkedIn sulla situazione di crisi della moda, addossando alle aziende produttrici tutte le responsabilità, mentre ai retailer tutte le possibili disgrazie”.

In pochi secondi, esce un testo, a volte anche con immagine specifica, palesemente AI.

Il testo è quasi sempre corredato dalle immancabili icone che l’AI mette all’inizio di ogni paragrafo di default.

Si tratta di testi banalissimi, sempre con finali “emozionali” che puntano a creare engagement e che promuovono sostanzialmente luoghi comuni, populisti, spesso scollegati dalla realtà.

L’AI, per redigere questi testi, non fa altro che capire chi glieli chiede, di cui ha imparato il modo di scrivere, le idee e le opinioni, e non fa altro che assecondarlo, pescando sui database, sui social e sulle discussioni dei blog una serie di dati.

Li mette insieme e li confeziona per una audience di follower che poi commentano con battiti di mani e condivisioni e le solite frasi di acclamazione e inchino.

Magari qualcuno abbozza uno sgrammaticato commento (usate l’AI come correttore, credetemi, è utile) e altri cercano di emulare il guru del momento che ha scritto il topic, giusto per non essere da meno, ma mai contestando o portando dati di confronto. Figuriamoci proposte.

In tali categorie davvero c’è di tutto: ma quelle più agguerrite e organizzate in questo momento sono le agenzie di rappresentanza particolarmente dell’abbigliamento, che si trovano a vivere una forte crisi dovuta al fatto che molte aziende si stanno organizzando internamente, altre hanno capito che le stesse agenzie non operano quasi mai per la casa mandante, ma per il cliente e via discorrendo, tutte cose che si sanno da anni, se non da decenni, ma che nessuno dice: per primi i retailer, che sono i appunto i primi a parlar male degli agenti.

Queste categorie di distribuzione, cercano in tutti i modi di farsi vedere, di emergere dalla cacofonia di piagnistei generalizzati che il nostro settore, purtroppo, vive. E nessuno lo nega, certo.

Però, il continuo piangersi addosso perché non si vende, perché il consumatore (brutto termine, vero?) non compra, perché il retailer, poverino, non ce la fa più (eppure su Instagram si fa vedere con rigorosa bottiglia di vino da qualche centinaio di euro appena sbocciata) e così via, non porta a nulla.

E poi è sempre colpa delle aziende cattive che si permettono addirittura di ricaricare i prodotti! Ma scherziamo?! Dovrebbero regalarli. Perché è il retailer che rischia tutto!

Non si citano mai le eccellenze che ci sono nel nostro panorama, retailer intelligenti, visionari e coraggiosi.

Quelli che investono nei brand indipendenti, che fanno ricerca vera, che vanno in giro a consumarsi le suole delle scarpe per studiare, scoprire a volte, ma soprattutto per parlare e discutere chi sta facendo un lavoro indipendente che, guarda caso, è riconosciuto a livello internazionale (e per forza, se mandi 50 inviti ai retailer italiani per venire a visitare lo showroom di Parigi e ne viene uno solo, come fai poi a pensare di essere presente in Italia? Però piangono che non si vende) chi produce idee, spunti e, guarda caso, margina il giusto, e fa sell-out.

Si citano sempre quei moribondi poveri retailer “che sono costretti a sottostare ai budget, o che per comprare A sono contratti a ordinare decine di migliaia di B, che sanno già che non si vende”.

Come se non si potesse invece dire no.

No. Solo No. Non mi va più bene.

Basta imposizioni dalle case mainstream o “low price and high margina”, basta budget imposti, basta comprare “per forza”.

Voglio che il mio negozio sia sano, voglio che il mio cliente acquisti prodotti che non ha già a decine (e per forza non compra più!), che compri anche meno, ma meglio. Voglio comprare  solo quello che mi serve.

Ed è una sfida certo. Costa, certo. Ma l’alternativa non è il piagnisteo e men che meno il post-datato, da spostare rigorosamente il giorno prima che scada. Ovviamente prima di partire per le vacanze in qualche bel resort o magari, Ibiza (va ancora di moda Ibiza? Boh.)

Ma i guru della distribuzione la pensano diversamente, perché se si tolgono loro i budget, si tolgono anche le provvigioni, e se si tolgono le imposizioni e le forzature, le provvigioni calano.

Quindi mettiamo in difficoltà i retailer, facciamoli indebitare, poi in qualche modo si risolverà, “tratteremo noi con la casa madre, stai tranquillo”.

E combattono con uno strumento meraviglioso che è l’AI, dimenticando che quando postano questi testi preconfezionati, c’è, fortunatamente, un intero segmento di addetti ai lavori, incluso i retailer seri e professionali di cui sopra, che li riconoscono a occhi chiusi.

(nota: il testo è stato scritto da un umano, ogni errore e typos è solo mio).